Élisée Reclus

La Sicilia e l’eruzione dell’Etna nel 1865

Il brano che quì viene presentato è estratto dal diario di viaggio dal titolo “La Sicilia e l’eruzione dell’Etna nel 1865” scritto dal geografo francese Élisée Reclus e pubbblicato nel 1873 in un volume dal titolo “La Sicilia”. Questo volume, in traduzione italiana, includeva anche il resoconto di viaggio di un altro viaggiatore francese, F. Borquelot, che visitò la Sicilia alcuni anni prima di Reclus, intorno alla metà degli anni ‘50 dell’Ottocento.
Nato nel 1830 a SainteFoy-la-Grande nella Gironda, Reclus ebbe modo di studiare sia in Francia che in Germania, dove all’università di Berlino potè seguire Carl Ritter, considerato oggi uno dei fondatori della moderna geografia scientifica.
A causa delle sue idee politiche, come convinto assertore degli ideali anarchici e socialisti, nel 1851 fu esiliato dalla Francia, nella quale tornò soltanto dopo il 1857 grazie ad una amnistia. Durante l’esilio compì una serie di viaggi sia in Europa che nelle americhe. Nel 1872 fu nuovamente esiliato per la sua attiva partecipazione alla Comune di Parigi. Si stabilì successivamente in Svizzera e sul finire del secolo visse a Bruxelles, in Belgio. Morì nel 1905 a Thourot, presso Ostenda, ormai famoso per alcune delle sue pubblicazioni geografiche.
Tra le maggiori opere di Reclus ricordiamo La Terre, description des phénomènes de la vie du globe del 1867-68, e soprattutto la Nouvelle géographie universelle, in 18 volumi pubblicati tra il 1876 e il ‘94, la più completa descrizione geografica della Terra del sec. XIX e che ebbe una grande risonanza in tutta Europa. Un’impresa straordinaria se si considera che fu redatta dal solo Reclus.
Durante il suo viaggio in Sicilia nel 1865, Reclus ha modo di visitare anche la città di Adernò, nella quale egli vive una piccola disavventura, poiché viene messo in stato di fermo da alcuni gendarmi e portato nella prigione del castello normanno per accertamenti; poco dopo viene rilasciato quando le autorità del luogo si rendono conto che si tratta di un vero viaggiatore e studioso e non di un brigante o cospiratore. Interessante la breve descizione del ponte Biscari (ponte di Aragona) fatta dall’autore, quando ormai il ponte non è più nel suo stato originario e si presenta in dimensioni più modeste e con moltissime modifiche e riattamenti. Tra le principali modifiche vi è quella relativa all’installazione di una conduttura a sifone, per consentire all’acqua di superare il dislivello tra una riva e l’altra del fiume.

Ponte Biscari Reclus
Il ponte Biscari nell’edizione del 1873 del volume “La Sicilia”.

“Avrei voluto prendere il viottolo che conduce direttamente alla città di Adernò; ma la giuda aveva forse ragione di farmi prendere un’altra strada; e dopo cinque o sei chilometri troppo al sud ci ponemmo sulla via maestra. Non avendo ormai più bisogno del mio compagno lo congedai, e mentre ei se ne andava a riposare in qualche granaio, io ripresi la via dirigendomi verso la città di Adernò.
Cercai ricovero in una delle prime case; e stavo appunto per gustare un po’ di riposo quando la Fama dalle cento voci già annunziava in tutti i tugurii l’arrivo di un <<continentale>> con un libro sotto il braccio ed uno zaino sulle spalle. Ed ecco la mia camera presa d’assalto dai carabinieri; mi si ordina di consegnare le mie carte, e mi si rivolgono diverse interrogazioni; e poiché io non seppi prendermi in pace la loro indiscrezione, fui dichiarato prigioniero, e posto sotto la guardia del bargello in attesa della decisione dei principali personaggi di Adernò che dovevano deliberare sulla mia sorte. Questi signori, numerati i ducati che conservavo nel portafoglio e scrupolosamente esaminate le mie carte, proclamarono essere io un uomo onesto e mi diedero il permesso di mangiare e dormire come gli altri mortali. Ma sgraziatamente io non potei profittare di questa gentile autorizzazione, il mio sonno venne villanamente interrotto dagl’insetti che non mi diedero un minuto di pace. E spesso andava ripernsando fra me stesso se non avrei passata una notte più riposata nella vecchia torre della prigione, pittoresco edifizio normanno che avevo ammirato la vigilia al chiaro di luna.
L’indomani continuai il giro dell’Etna, ma invece di seguire la strada maestra che si estende sui pendii della montagna a molte centinaia di metri al di sopra del Simeto, scesi nella vallata per vedere la via che il torrente si è tracciata a traverso le correnti di lave recenti. Seguendo un piccolo e grazioso sentiero che risale la vallata, mi trovai ben tosto davanti ad uno dei più grandi monumenti della Sicilia. È un ponte acquedotto che, a più giusto titolo della grottesca costruzione di San Leonardo, meriterebbe di essere chiamato <<il ponte per eccellenza.>> Sorretto da gigantesche arcate di un’altezza uniforme, un secolo fa questo acquedotto traversava tutta la valle; ma le intemperie e i tremuoti lo hanno pressochè distrutto. Il principe che possedeva tutte le pianure vicine lo fece ricostruire in forma di sifone. L’acqua raccolta alla base dell’Etna scende rapidamente dal dirupo orientale della vallata, poi scorre sul fiume sovra un acquedotto orizzontale di una trentina di archi, poi per il suo medesimo impulso rimonta sul versante opposto. A questa grande costruzione è unito un ponte di forma piramidale, come tutti gli antichi ponti della Sicilia.
Passato codesto acquedotto, chiamato ponte di Carcaci o di Aragona, i banchi di lava che formano i due versanti della convalle si riaccostano gradatamente e le acque del Simeto si restringono sempre più nell’angusto passaggio che esse stesse scavaronsi, senza però aver compiuta la loro opera di erosione; imperocchè in due punti precipitano ancora in cascata, spettacolo rarissimo in quest’isola. Alla cascata inferiore il torrentello si divide in parecchi rigagnoli che piombano da grandi altezze, ma sì stretti che il volgo suol dire salterebbeli un insetto, d’onde il nome di Salto del Pulicello. Così in alto, verso un antico ponte pittoresco, il torrente asserragliato nel 1610 da una colata di lava sgorgata dall’Etna, si scavò uno speco, nel di cui fondo vedesi scorrere l’acqua di cascata in cascata. È questo il Salto del Pecoraro o salto del pastore, così nominato perché narra la tradizione che un pastore, per raggiungere più celermente la sua innamorata, soleva spiccare il salto da una all’altra sponda; cosa che non mi sembrò delle più rischiose: io stesso sarei balzato al di là del torrente, se non avessi temuto di sdrucciolare su quelle pietre troppo liscie.”
(Élisée Reclus, La Sicilia e l’eruzione dell’Etna nel 1865, in “La Sicilia”, 1873)

 

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