Thomae Fazellus

De rebus siculis decades duae, 1558
Thomae Fazellus, originario di Sciacca, nacque nel 1498. Indossato ben presto l’abito domenicano a Palermo, si dedicò ampiamente agli studi di storia, teologia e filosofia. Laureatosi a Padova in teologia, fu capacissimo nell’orazione sacra; le sue prediche furono ascoltate in diverse città italiane.

Il frontespizio del “De rebus Siculis” di Tommaso Fazello

Durante il suo soggiorno romano (1535) concepì già la stesura della sua fondamentale opera, il “De rebus siculis decades duae“, stampata a Palermo nel 1558, dopo un ventennio di studi, ricerche e viaggi compiuti dall’autore nell’isola. Nella prima decade l’autore fa una efficace descrizione geografica della Sicilia, nella seconda egli si sofferma sulla storia dell’isola. Quasi tutte le città e i luoghi citati dagli scrittori dell’antichità sono stati dal Fazello in quest’opera collegati alla toponomastica del suo tempo. La terza ristampa di quest’opera, precedentemente rivista e corretta dallo stesso autore, fu nel 1574 presentata in traduzione italiana con il titolo “Le due deche dell’historia di Sicilia“; ma il Fazello a quella data era già morto da quattro anni.
Il primo dei due brani qui riportati è stato ripreso dal libro X della prima deca, ed è una sintetica descrizione della città di Adernò che contiene anche riferimenti alla sua storia antica; il secondo dei due brani fa parte del libro III della seconda decade: in esso Fazello riporta le vicende della battaglia di Adrano, riferendosi a quanto era stato già scritto da Plutarco, ma con l’aggiunta di altri dettagli. L’espressione ch’egli usa nel primo brano, le “grandissime rovine” che testimoniano della storia antica di Adrano, dimostra come, ancora nel sec. XVI, la città e il territorio di Adernò ospitassero numerosissimi resti di età antica, poi quasi del tutto scomparsi nel corso dell’ultimo secolo.

“…caminando per le radici del monte Etna, otto miglia lontano si trova il castel di Bronte, il qual è moderno, a cui succede per le medesime radici del detto monte altre tante miglia discosto, l’antichissmo castello d’Adrano, oggi chiamato Adernò, di cui parlando Plutarco nella vita di Timoleone, dice a questa foggia: <<Gli Adraniti, benche avessero la citta piccola, adoravan nondimeno lo Dio Adrano, il qual era in grandissima venerazione in tutta l’Isola di Sicilia>>. Ed il medesimo Plutarco nella medesima vita dimostra, che questo Adernò è quello istesso, che anticamente era chiamato Adrano, perochè egli scrive, ch’egli era lontan da Taormina quaranta due miglia e mezzo, la qual distanza dura per fino a’ tempi nostri. E questo medesimo affermano l’antichità del nome, e gli antichi edifici della città, e le grandissime rovine, che vi si vedono.”
(Tommaso Fazello, “De rebus siculis decades due”, 1558, prima deca, libro X)

“Icete, havendo fatto la scelta di cinque mila corsaletti, andò contra gli Adraniti, che non havevon voluto seguitarlo in quella guerra: ma gli Adraniti, vedendo il nimico con armata mano andar contra di loro, e conosciuta la venuta di Timoleone, per ambasciadori lo mandarono a chiamare, che venisse in loro soccorso, et egli con mille trecento huomini si parti da Taormina, e marciò verso Adrano, ch’era lontano circa quaranta miglia. Il primo giorno, egli non fece molto viaggio, et il secondo andò per luoghi aspri, cioè per le radici del monte Etna, ch’erano abbrucciate dal fuoco; e camminando tutto il giorno, occorse che quasi in un medesimo tempo, s’avvicinarono ad Adrano Icete, et egli. Icete fatto l’alloggiamento presso al castello, diede riposo a’ soldati: ma Timoleone, intendendo che Icete co’ suoi soldati s’era messo a desinare, si deliberò di assaltarlo, stimando di trovarlo sprovveduto, e stracco dal viaggio. Per tanto fatta una scelta de’ suoi piu valorosi soldati, promettendosi la vittoria, fu il primo a dar dentro, e manomettere i nemici. Veduto i soldati l’essempio del lor Capitano, cominciarono anch’essi a menar le mani, e nel primo affronto, gli messero in rotta, e ammazzattine trecento, e sei cento fatti prigioni, saccheggiarono, e s’insignorirono dell’alloggiamento.
Per questa vittoria rallegratisi gli Adraniti, apersero le porte della città, e con molta allegrezza riceveron dentro Timoleone, a cui fecero grandissimi honori, e gli narrarono un presagio di questa vittoria, veduto, e notato da loro, che fu, che videro Adrano, ch’essi falsamente tenevano per Dio, scuotere un’asta, e gettar per la fronte un fresco e nuovo sudore. La qual cosa fu presa da quella sciocca turba per un augurio della presente vittoria e del successo felice di tutta quella guerra. Questa vittoria diede a Timoleone un gran credito, e fu un principio di far bene tutto il resto, perche i Tindaritani, e molti altri popoli della Sicilia, che vivevono anchora sotto la Tirannide, essendosi divulgata la fama di quella vittoria lo mandarono a chiamare, e a pregarlo, che li volesse ricevere in compagnia alla estirpatione de’ Tiranni, anzi molte terre volontariamente se gli diedero, e se gli sottomessero. Timoleone, per mostrarsi cortese a tutti, fece primamente sacrificio allo Dio Adrano, secondo il costume della città, ma mentre ch’egli era intento alle cermonie, due soldati in habito di contadini, mandati da Icete per ammazzarlo, s’accostarono all’altare, et uno di loro tratto fuori il pugnale, ammazzò il compagno di Timoleone, e con prestissima fuga salì sopra una pietra altissima quivi vicina, e scampò. L’altro, che doveva ammazzar il Capitano, abbraccio l’altare, e quivi preso, fu salvato vivo, perche raccontasse la cosa per ordine. Confessò ch’eglino erano stati mandati da Icete per ammazzarlo, onde Timoleone, fe’ perdonar la vita a lui, et a quello che s’era fuggito in su la pietra, perche colui ch’era stato ammazzato da quel che s’era fuggito, gli haveva morto il padre a’ Leontini. Finito ch’egli hebbe il sacrificio, accompagnato da gli Adraniti, e da’ Tindaritani, e da gli altri confederati, s’avvio verso Siracusa,…”
(Tommaso Fazello, “De rebus siculis decades due”, 1558, seconda deca, libro III)

 

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