Giovanni Sangiorgio Mazza

Storia di Adernò, 1820

Giovanni Sangiorgio Mazza nacque in Adernò nel 1778. Cresciuto in una agiata famiglia riuscì a laurearsi in giurisprudenza e, dal 1801, ricoprì nella sua città la carica di giudice. Saldamente legato al governo borbonico, non accolse favorevolmente i primi moti risorgimentali del 1820. Oltre a scrivere di argomenti giuridici, si occupò anche di storia locale: nel 1820 venne pubblicata la sua opera “Storia di Adernò”, la quale fu la prima trattazione organica sulla storia di Adrano che venne data alle stampe. Fanno bella mostra di sé le illustrazioni che corredano il testo, realizzate dall’incisore Ammendolia; tra queste, la più bella e forse la più interessante è la “Veduta di Adernò da parte dell’est-sud” che oggi rimane l’unica testimonianza visiva di tutto il complesso cittadino relativamente a quel periodo.

Stemma Adernò Sangiorgio Mazza
Lo stemma della città di Aderno da una delle illustrazioni dell’opera del Sangiorgio Mazza. L’incisione è a firma di Ammendolia


La storia di adernò venne pubblicata in un unico volume, suddiviso in tre “libri”; nel primo libro l’autore tratta delle origini della città per giungere fino alle vicende della città greca con la venuta di Timoleonte; nel secondo egli tratta invece del periodo che comincia con la conquista romana fino alla dominazione araba; il terzo libro è dedicato alla storia più recente ma anche alla descrizione dello stato attuale della città.
Il primo dei due brani quì riportati è stato estratto dal cap. VI, in cui l’autore scrive del presunto tempio del dio Adrano; il secondo brano è stato invece tratto dal cap. XIV, in cui l’autore tratta degli avvenimenti relativi agli ultimi due decenni: in questo brano l’autore riassume quanto accaduto in seguito al sisma che ha colpito la provincia di Catania e la stessa Adernò nel febbraio del 1818, causando seri danni agli edifici ed anche alcune vittime in alcuni paesi della provincia. Per quanto riguarda Adernò tuttavia l’autore non ci riferisce di alcuna vittima o feriti, mentre parla esplicitamente di danni a diversi edifici, anche pubblici. A distanza di circa due secoli, questa notizia è oggi una testimonianza preziosa, perché ci dà notizia dell’evento sismico più serio che ha interessato la città di Adrano negli ultimi due secoli, e di cui si era perso completamente ogni ricordo a memoria d’uomo. Per un clamoroso errore di stampa, tale evento viene datato al 1820, mentre in realtà esso avvenne nel 1818.
A Catania si concluse l’esistenza del Sangiorgio Mazza, nel 1840.

sangiorgio mazza tempio di adrano
Una illustrazione tratta dal volume del Sangiorgio Mazza che mostra il luogo in cui sorgeva il presunto tempio del dio Adrano. “Storia della città di Adernò”, 1820

“Il famoso tempio di Adrano esisteva nell’interno dell’Orto di Cartilemi. I deboli avanzi, che ci restano delle sue rovine non ci fanno scoprire la rinomata architettura de’ suoi portici, né la tribuna del simulacro, né quanto altro serviva al Sacerdozio, ed ai sacrifizj. Malgrado la gelosa sorveglianza de’ Soprantendenti alle antichità, sembra, che un ordine singolare della Provvidenza di Dio abbia voluto permettere, che presso di noi neppure fossero rimasti que’ pochi monumenti della Idolatria, che sfuggirono lo zelo dell’Imperator Teodosio, a di cui editto furono demoliti, nel Romano Imperio i Tempj consacrati ai demonj. È vero, che l’indolenza de’ Giurati antecessori è poco scusabile in politica; ma noi dobbiamo diversamente instruirci sul’ammirabile economia de’ disegni di Dio, che tutto muove, e tutto dirige alla sua gloria e al maggior vantaggio di nostra cattolica Religione.
Divenuto il luogo, dov’era questo Tempio, un giardino clausurato, e ben culto, tanto nelle Terre di Frajello, quanto in quelle di Cartilemi, che dopo D: Filippo Crisafi tenne in possesso Maestro Domenico Dell’Erba, resta oscura la memoria di quei devastamenti fatti dagli antecessori all’Erba: molto meno saper possiamo quanti Idoletti di creta, e di bronzo, vasi etruschi, intagli, monete, ed iscrizioni furono involati da Cajo Verre, e da quanti altri ne commisero il progressivo spoglio. Sappiamo però, che il citato Domenico Dell’Erba rinvenne, e distrusse non pochi piacevoli monumenti, egli tolse via più di 100 vasi etruschi, o greco-sicoli, dei quali se ne conservarono buona parte dal barone D: Giuseppe Pulia: demolì alcune colonne di pietra bianca, che unite ad altri pezzi di egual materia e della stessa manifattura, trovati nel 1768, egli ridusse in calce. Queste colonne, che non si descrivono se avessero conservato l’ordine dorico, o corintio, furono calcolate per 13 palmi di altezza; ed essendo vera la relazione di Maestro Domenico Sanfilippo, che assicura di essere stato ajutante alla distruzione, e calcinazione delle medesime, si formava di esse un certo colonnato sulla tribuna in cui stava eretto il simulacro di Adrano. Lo stesso Dell’Erba finalmente, volendo render più coltivabile quella possessione, levò di mezzo non puochi pezzi di altre colonne di pietra di lava, e un grande numero de’ riquadrati sassi, che frastornavano l’agricoltore nell’occupato terreno. Egli adoprò queste pietre tagliate, ora per lo riattamento del muro divisorio limitrofo alla nuova vasca, ora per averne venduta la maggior quantità all’amministrazione delle carceri, in occasione che queste bisognarono riattarsi nel 1797. A ciò si aggiungono quelle demolizioni fatte dalli scavatori di monete nascoste. Maestro Carmelo Caruso assicura, che per aver capitata una piccola memoria manoscritta, che accennava doversi rinvenire nel citato luogo, e sotto un albero di figo, un gran tesoro, eseguì pochi anni addietro, con altri suoi compagni, eccitati dalla stessa frenesia, un profondo discavo, e mediante lo stesso trovarono un mezzo busto di marmo bianco, che secondo i di lui dettagli era probabilmente la mettà superiore della statua di Adrano, che per essere sconosciuta dagl’ignoranti inventori, fu dai medesimi fatta in pezzi per isfogo di loro collera.
(…) Trovasi un piccolo tratto della muraglia, che circondava il tempio come abbiamo veduto; questa più distintamente si osserva verso la parte meridionale, che si estende da oriente in occidente, dividendo i limiti dell’orto di Cartilemi, e della terra della Difesa: incassata nella stessa vi è una casetta di robusta costruzione, edificata dalle solide riquadrate moli connesse senza cemento (…).
Sarà probabile, che tante altre cellule circondavano tutta l’intiera estenzione del muro orientale del citato luogo; ma non sappiamo se mai servivano ad uso de’ sacerdoti, e degli assistenti al tempio, oppure al ricetto de’ mille cani, che custodivano la città, e il medesimo Tempio.”
(Giovanni Sangiorgio Mazza, Storia di Adernò, 1820; cap. VI, del Tempio di Adrano)

“A 20 Febbraio del 1820, verso ora una, ed un quarto di notte avvenne il tremuoto, che reiterossi alle ore mattutine del dì 1° marzo. Il primo scosse validamente il nostro suolo con tre violenti orizzontali oscillazioni dal nord al sud, in guisachè fece molte considerevoli lesioni a non pochi edifizj, il ristoro de’ quali costò l’esaurimento di non pochi capitali. Ciò diede moto alla visita per la provincia, che il Sig. intendente il Duca di S. Martino accelerò appena giunto in Catania nel giorno 12 del citato mese. Fra le altre Comuni, dove lo aveva preceduto la fama de’ suoi talenti, e del suo zelo, impegnò la nostra ad essergli riconoscente per essersi interessato della rovina, che minacciavano i suoi crollanti edifizj, e con particolarità que’ di pubblica beneficenza, che fe’ ristorare a spese del R. Erario. Egli rimirò la Città con occhio di imparziale politico, e volendole dare un segno di distinzione la prescelse in capo-luogo di una delle quattro Commissioni dal medesimo erette per occorrere ai pericoli del tremuoto.”
(Giovanni Sangiorgio Mazza, Storia di Adernò, 1820; cap. XIV, Principio del secolo XIX)

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