Giuseppe Recupero

Storia naturale e generale dell’Etna, 1815

Molti furono gli studiosi che, già nel sec. XVIII, si occuparono di scienze naturali, lasciando a testimonianza del loro lavoro delle opere che sotto taluni aspetti sono ancora oggi interessanti.
Nell’ambiente culturale siciliano, e catanese in particolare, una delle figure di spicco del ‘700 fu il canonico Giuseppe Recupero. Egli nacque a Catania nel 1720, fu amico del principe di Biscari, conobbe alcuni tra i viaggiatori stranieri che vennero a visitare la Sicilia in quel periodo (Brydone, Swinburne, Rolande, etc.). Molto interessato alla storia naturale, l’erudito canonico dedicò molta parte delle sue ricerche allo studio del territorio etneo; di esso ne studiò la formazione geologica, l’idrologia, la flora, seguendo tuttavia un metodo sostanzialmente empirico.

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Frontespizio dell’opera di Giuseppe Recupero, nell’edizione del 1815


L’appassionato ricercatore morì nel 1778, quando aveva già avviato la stesura di un’opera generale sull’Etna, sintesi di tutte le sue ricerche. Quest’opera venne però pubblicata molto tempo dopo la sua morte, in una forma rivista ed ampliata dal nipote Agatino Recupero, nel 1815.
Nel primo volume è possibile trovare un paragrafo che tratta anche del territorio della città di Adernò, di cui vengono descritte in particolare alcune sorgenti ed anche le famose cascate del Simeto, oggi non più esistenti. In queste cascate, a detta dell’autore, in mezzo alla miriade di goccioline formatesi nella caduta delle acque da cento palmi di altezza (circa 25 metri, altezza considerevole) si formavano delle “iridi”, ovvero si verificava la scomposizione della luce nei colori dell’arcobaleno. In una delle stampe che corredano l’opera del Recupero, viene presentata inoltre una veduta dell’Etna dal lato occidentale, in cui è illustrata l’eruzione del 1787 che interessò soprattutto le parti sommitali del vulcano. Nella stessa illustrazione è possibile scorgere, nella parte inferiore, una veduta sintetica della città di Adernò vista dal lato sud-occidentale.

Veduta Adernò Recupero
Particolare della veduta dell’Etna dal lato occidentale, in cui è stata rappresentata anche la città di Adernò dal lato sud-occidentale.

“Territorio di Adernò. (…). Poco prima d’arrivare al ponte di carcaci si stringe molto il letto del fiume, e si chiama il passo del pecorajo, perchè dicono che con un salto un bifolco sia passato da una all’altra ripa. Non è qui forse largo una canna, e si profonda in maniera, che non si vedono le sue acque, nè si ode il loro romoreggiore, come se quivi il fiume si nascondesse, (…) .
Passato il ponte di carcaci, fabbrica molto antica e solida, prosiegue il fiume il suo corso sopra le lave, ma essendo qui tagliato quasi per linea retta il suo alveo, scola con grandissima velocità. Termina finalmente la detta lava cangiata in rupe alta forse cento palmi, onde il fiume viene obbligato a precipitarsi da quella balza, e forma una cateratta ben grande, e vistosa con uno scroscio, e fragore molto strepitoso. Scemando le sue acque sbocca come per tanti canali; nelle piene però cade tutto unito a guisa di una gran tela, ove battendo il sole formansi delle iridi assai vaghe, non già sopra le gocce dell’acqua, ma sopra tutta quella gran tela al pari di quella del Fiume Velino, quantunque la sua cateratta fosse maggiore di questa, secondo fu misurata dal padre kircher. Sotto questa gran rupe vi è una grotta, onde scaturisce gran quantità d’acqua bruna e fredda, che trasporta rena nera, e da quest’ acqua appunto dicono che il nostro Fiume prende il nome Simeto. Altra vena pur copiosa sgorga sotto una grotta d’antica lava nel feudo di S. Domenica. Vien detta volgarmente l’acqua nera; ma dobbiamo avvisare tal colore non esser proprio dell’acqua, ma della sabbia nera, o piuttosto terra marziale, che strascina, e da cui viene il suo alveo imbrattato. Sopra quella grotta vi è scolpita una iscrizione araba, la quale interpretrata dicono di leggersi così: hic jacet sepultus Adramalech Rex Saracenorum.
(…) In questo Territorio e nella contrada detta di Noviccia zampilla una fontana color del latte, nella cui superficie, prima di uscire il sole, si vedono galleggiare alcune gocce d’olio purissimo, le quali, alzatosi il sole, dispaiono, ovvero più non si discernono. Riesce morbida e gustosa al palato, facile ed amica al ventricolo: essa contiene una porzione di latte di zolfo, benchè non in gran copia.
Nel feudo di S. Sisto pullula un’acqua sulfurea, nerastra e puzzolente, nel di cui fondo si deposita un sedimento di materia lutulenta nera con delle petruzzole nere dorate, che sono effetto semplicissimo dello zolfo. Altra fontana dell’istessa natura esiste nel feudo di Aragona vicino il Fiume Salso.”
(Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna, 1815)

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