Sartorius Von Waltershausen

Der Aetna, 1880

Wolfgang Sartorius von Waltershausen nasce a Gottinga da una famiglia agiata nel 1809. Ben presto matura in lui uno spiccato interesse verso gli studi scientifici. All’università di Gottinga ha modo di studiare dapprima matematica e fisica; successivamente sviluppa un particolare interesse verso la mineralogia e la geologia. In questa università ha modo di seguire gli insegnamenti di due importanti docenti quali Wilhelm Eduard Weber, un fisico molto conosciuto ed apprezzato non solo nell’ambiente universitario di gottinga, e Carl Friedrich Gauss, matematico di grande importanza che ha lasciato dei contributi straordinari nel campo della matematica. Inventò anche un nuovo sistema di rappresentazione del globo terrestre denominato “proiezione di Gauss”, utilizzato anche nel secolo successivo per il sistema di riferimento delle coordinate geografiche.

Sartorius ritratto 1
Un ritratto giovanile del barone Sartorius Von Waltershausen

Il giovane Sartorius, forse anche grazie alla conoscenza del geologo Friedrich Hoffmann dell’università di Berlino che aveva precedentemente fatto degli studi di carattere geologico in Sicilia, comincia a progettare una grande campagna di studi sull’Etna e il suo territorio, allo scopo di realizzare un trattato sulla geologia del vulcano. Lo studioso di Gottinga si rende subito conto che per poter effettuare delle analisi dettagliate sulla struttura geologica e sulla morfologia del territorio vulcanico etneo è necessario realizzare un nuovo rilievo topografico dell’Etna, da usare come base per la classificazione geologica di tutto il territorio. Il primo viaggio di studio comincia dal 1835 (allora Sartorius aveva appena 26 anni!) fino al 1837, con una interruzione per motivi di salute; in questo periodo il giovane geologo comincia ad impostare le fasi inziali del suo lavoro di rilievo con una serie di visite sui vari versanti del vulcano.
Il secondo importante viaggio sull’Etna comincia nel 1838 e dura fino al 1843: in questo periodo, fecondo di studi ed analisi sul vulcano, Sartorius realizza insieme ai suoi collaboratori quasi tutto il rilievo topografico del territorio etneo e la maggior parte delle analisi geologiche. In questo intenso lavoro è adesso assistito anche da due validi collaboratori, ambedue tedeschi: l’archietto Roos di Francoforte e l’astronomo Peters (allora appena ventiduenne), che avrà un grande successo nei decenni successivi negli stati Uniti come astronomo. Al gruppo dal 1841 si unirà anche l’architetto e archeologo Saverio Cavallari, che avrà il compito principale di curare le incisioni per la stampa della nuova carta topografica dell’etna in 13 tavole a scala di 1:50000. Il risultato straordinario di questa fase di studio sarà la pubblicazione, tra il 1844 e il 1861, dell’opera “Atlas des Aetna”, comprendente le tavole topografiche e le carta geologica, nonché diverse stampe che illustrano diverse vedute dei luoghi studiati ed illustrazioni sulla struttura dell’edificio vulcanico. Niente di tutto questo era mai stato realzzato dagli studiosi locali per il livello così aggiornato ed avanzato degli studi condotti e la precisione dei rilievi eseguiti dal giovane barone tedesco e i suoi collaboratori. Si rimane tuttavia perplessi se si considera che soltanto negli utimi decenni la figura di Sartorius e la sua opera cominciano ad essere giustamente considerati e valorizzati come meritano. Non si può provare che una grande ammirazione verso un uomo capace di grandi sacrifici, disposto a dormire in qualsiasi luogo sull’Etna, in ripari di fortuna o presso gli ovili dei pastori, anche in condizioni ambientali sfavorevoli ed a quote considerevoli.
Dopo la morte di Sartorius, colto da un infarto nel 1876, tutti i materiali manoscritti vengono affidati dalla vedova al professor Arnold von Lasaulx, laureato in mineralogia all’università di Berlino. Dall’intenso lavoro di risistemazione ed integrazione dei materiali lasciati dal Sartorius, nasce “Der Aetna”, opera in due volumi pubblicata nel 1880 a Lipsia che riassume tutti gli studi condotti da Sartorius sull’Etna, oltre alle varie integrazioni ed aggiunte di Lasaulx, che contribuì così a rendere ancora più aggiornato il lavoro di studio originario.

Salto Pullicino Sartorius
Perticolare di una tavola allegata al 2° volume dell’opera “Der Aetna” che illustra le famose cascate del Simeto, dal titolo “salto del pullicino”

 

I brani che qui sono riportati sono stati estratti da due paragrafi del secondo volume, in cui l’autore descrive le caratteristiche geologiche del territorio etneo in corrispondenza dei territori di Paternò, Biancavilla, Adernò e Bronte. Il primo di questi paragrafi, porta il titolo “La zona tra Paternò e Adernò”, il secondo invece “Da Adernò a Bronte”. Le descrizioni sono principalmente orientate alla classificazione delle varie formazioni laviche, anche le più antiche, quest’ultime per lo più formate da diversi terrazzi (e altipiani) che in parte si estendono fino al Simeto. Non mancano tuttavia anche brevi osservazioni sulle città di quei territori e sugli edifici e i monumenti in essi presenti. Molto interessante il riferimento (nel secondo paragrafo) ad una antica iscrizione, forse di età greca, incisa sulla roccia, sita nei pressi o immediatamente sotto le cascate del Simeto (salto del Pullicino), ed oggi non più esistente. Come apprendiamo dalla lettura di questo brano, tale iscrizione venne rilevata da uno studioso tedesco agli inizi dell’Ottocento (August Boeckh) ed è probabile che una copia di questa epigrafe sia stata inclusa in una importante pubblicazione di questo studioso, dal titolo “Corpus Inscriptionum Graecarum“, del 1815, oggi conservata a Berlino, presso un importante archivio dove si conservano molti documenti e copie di migliaia di epigrafi di età greca. Forse presso tale archivio potremo trovare anche l’epigrafe delle cascate del Simeto. Nessuno degli studiosi locali ha mai fatto cenno di tale epigrafe e quindi tale notizia è assolutamente inedita e molto importante.

La zona tra Paternò e Adernò

“(…) Le quattro piccole città di Paternò, Licodia, Biancavilla e Adernò che insieme contano quasi 50000 abitanti mostrano per lo più la moderna architettura siciliana. Resti del Medioevo, tra il 12° e il 15° secolo, di carattere saraceno-normanno si possono trovare solo in pochi posti.
Soltanto le torri di Adernò e Paternò costruite con la lava e visibili da lontano e poche singole chiese e portali, ad es. a S. Maria di Licodia, sono rimasti di quei tempi, risparmiati da forti terremoti e dalla mano dell’uomo allo stesso modo. Quei resti, che ora non sono apprezzati dall’attuale popolazione, sono spesso imbiancati con malta e valgono come resti della barbarie di un tempo. Al posto loro appaiono secondo l’esempio della Catania nuova innumerevoli chiese nell’architettura gesuita del 17° e 18° secolo, torri di cattivo gusto e lunghi conventi di monaci e suore costruiti come caserme, le cui finestre sono armate con inferriate curve, così che assomigliano di più a carceri che assoggettano l’animo umano piuttosto che a case di Dio.
Il clima in questi dintorni è mite, sebbene sul terrazzo più alto è più fresco che a Catania. Nel periodo invernale occasionalmente per alcune ore c’è un po’ di neve e gelate notturne insignificanti. L’aria sana, la grande ricchezza di acqua e le eruzioni che accadono solo raramente hanno già indotto greci e romani a fondare città popolose in questi dintorni.
(…) al posto di Adernò una volta c’era Adranum. In questa zona vengono trovati spesso antichi resti romani; infatti vennero alla luce durante la costruzione del nuovo Campo Santo di Adernò, proprio al confine del terazzo, molte antichità, particolarmente furono scoperte tombe con vasi che indicano che lì c’è stato un comune luogo di sepoltura.
La crescita di piante ha perso sull’altopiano superiore il suo carattere tropicale, ma a Paternò si incontrano ancora palme da dattero che fanno frutti.
Le pianure che costeggiano il Simeto vengono afflitte pesantemente nel periodo estivo dalla malaria e per questo sono poco popolate. Gli abitanti preferiscono, dopo aver coltivato sulla riva del fiume il terreno di loro proprietà, a lavoro ultimato di sera ritirarsi in queste città, anziché esporsi di notte alla pregiudizievole aria febbrile.
Attraverso la nostra accurata ricerca sembra stabilito senza dubbio che i terrazzi nei diversi livelli sono composti solo da diverse eruzioni laviche, sebbene la struttura e la natura geognostica degli stessi ricorda abbastanza quella delle rocce basaltiche. Così per es. sull’altopiano di Adernò le lave ad esso appartenenti si lasciano seguire in su verso l’Etna, da dove, come le lave del presente, hanno avuto origine. Qui in modo particolare facciamo attenzione alla differenza di veri basalti ed eruzioni laviche che nella loro formazione si differenziano chiaramente (…).”

Da Adernò a Bronte
“Da Adrano verso il Simeto scende una strada con molte curve che lo attraversa sul bel ponte in pietra costruito nuovamente, il Ponte Grande. Il ponte è stato distrutto più volte selvaggiamente dalle piene del Simeto.
Già nella discesa da Adernò non sfugge all’attenzione che si scende verso il Simeto come su una scala gigantesca sui diversi terrazzi uno sopra l’altro. Essi costituiscono la prosecuzione dei terrazzi già discussi in precedenza, di cui l’ultimo si estese proprio vicino Ponte Grande.
(…) Da Ponte grande più avanti a monte fino all’antica conduttura romana dell’acqua di Ponte Aragona posta solo un km più in alto, che ancora oggi serve agli stessi scopi e conduce le magnifiche acque dalle pendici dell’Etna nei campi di Biscari e Carcaci, giace la terrazza sulla pietra arenaria marnosa. Ma le rive del Simeto, soprattutto la riva sinistra, sono soltanto un mucchio disordinato di blocchi precipitati uno sopra l’altro che si sono staccati dalla terrazza che inizia qui e si estende più avanti a monte. Questa terrazza si estende ininterrottamente fino alla chiesa di S. Domenica nei pressi di Salto Pullicino, qui però declina un po’, così che possiede la sua massima altezza e i dirupi più ripidi tra ponte Grande e Ponte Aragona. L’intera ampiezza della stessa è di 1800 m e perciò può essere derivata molto probabilmente anche da un’unica eruzione.
Solo a fatica si può seguire il pendio della terrazza lungo il Simeto sulla sua sponda sinistra, che forma qui il confine della terrazza; essa non ha superato il fiume. Ma dappertutto tra i mucchi colossali di rottami lavici, che qui si estendono lungo la base della terrazza, ci sono i più magnifici giardini di limoni e di arance e si è sviluppata una vegetazione rigogliosa.
Quando si è raggiunta la fine a nord della terrazza, là dove la stessa diventa bassa e si ferma nel piccolo altopiano su cui giace la chiesa di S. Domenica, appare proprio da sotto la rampa più a nord della terrazza una sorgente particolarmente ricca. La stessa porta il nome di Fontana di S. Domenica o anche Fontana del Serpente. Da sotto una parete lavica verticale alta 2 metri sgorga con una possente quantità di acqua, che è subito raccolta in un bacino considerevole. (…) Nella parete lavica sopra essa si trova la seguente iscrizione riportata il più possibile fedelmente:

L’iscrizione appartiene a tarda epoca greca dopo Cristo ed in ogni caso è senza significato per l’età della terrazza. Qui una colata lavica in età storica più recente non è scorsa. Il lungo e stretto braccio lavico di Gallo Bianco passa a 200 metri al di sopra della sorgente e finisce qui con contorni indefiniti senza aver raggiunto il Simeto.
Le acque di questa sorgente si uniscono dopo breve percorso con la sorgente vicina di seguito ancora citata di Fontana Ficarazzi in un ruscello che in basso aziona diversi mulini e sopra Ponte Aragona viene guidato sull’altra riva del Simeto.
Apparentemente più profonda della terrazza di Ponte Aragona è quindi probabilmente anche più antica è la terrazza del Salto del Pullicino. Che si trova più in profondità lo si può chiaramente riconoscere alla fine a nord della terrazza che precede vicino la chiesa di S. Domenica. Essa supera il fiume in un massiccio di 16-18 m, il quale nostra una superficie in parte irregolarmente a struttura colonnare, e si propaga corrispondentemente sulla riva opposta. Per di qua dà luogo alla formazione di una cascata molto bella che tuttavia porta solo nei mesi piovosi una imponente quantità di acqua. Essa è rappresentata sulla tavola XXX dell’atlante che viene riprodotta in margine. Anche per la natura della roccia questa lava si allinea con le più antiche formazioni di terrazzi lavici.
Nella parete rocciosa direttamente sotto la cascata si trova incisa un’iscrizione greca, che testimonia in ogni caso anche l’età preistorica di questa parete. Questa iscrizione è già stata resa nota da Boechk, per cui non ci soffermiamo qui nuovamente. All’interno di questo massiccio roccioso sul quale il Simeto precipita è stato costruito probabilmente già in epoca greca un cunicolo lungo 20 m, in cui dalla pietra arenaria sgorga una sorgente chiara e fresca, la già citata Fontana Ficarazzi.
La lava di Salto Pullicino si estende giù su entrambe le rive del fiume, a destra fino ai piedi di Rocca a Ciappa, dove devia un po’ dal fiume raggiunge le sua fine. Lì una roccia isolata si è staccata dalla terrazza.
Al di sopra del Salto Pullicino le rive del fiume vengono circondate da una terrazza più bassa che sulla riva sinistra prosegue fino alla lava Sterupata e lì viene ricoperta da questa; sulla riva destra la terrazza frontale viene ricoperta più verso nord dalla Sciarella di Carcaci.
Seguiamo ora innanzitutto più su il corso del Simeto, così incontriamo nei pressi del ponte di Carcaci un antico terreno lavico, che supera anche esso il Simeto. Sulla riva sinistra si trova qui la lava “Sterupata”, sul lato destro la Sciarella di carcaci. Siamo propensi a considerare entrambe queste parti laviche come un’unica comune formazione, come un braccio stretto che scorre verso ovest, del flusso dello Zingari che citeremo ancora più avanti. In ogni caso il fondo del ponte stesso e dell’ambiente circostante più vicino appartiene alle eruzioni laviche più antiche di questa zona. Lì il fiume viene circondato su entrambi i lati da pareti verticali alte 8-15 m e ha eroso la lava per secoli, senza essere giunto qui alla sottostante pietra arenaria (….)”.
(Sartorius Von Waltershausen, “Der Aetna“, 1880)

 

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