Plutarco

Le vite parallele, I sec. d. C.
Plutarco fu uno storico e filosofo greco; nacque a Cheronea in Beozia, una regione della Grecia confinante con il golfo di Corinto, verso il 46 d.C. Ad Atene, dove si recò intorno al 60 d.C., compì i suoi studi sotto la giuda di Ammonio. In questo periodo maturò particolari interessi verso la matematica, la filosofia di Platone e le cose religiose e sacerdotali.

Plutarco in un dipinto del pittore siciliano Giuseppe Patania

Compì diversi viaggi: visitò alcune regioni asiatiche, si recò ad Alessandria d’Egitto e fu più volte a Roma. Partecipò al governo della sua città natale Cheronea, come arconte eponimo e soprintendente all’edilizia comunale, probabilmente intorno al 90-92 d.C. Fu sacerdote del tempio di Apollo a Delfi; morì attorno al 127 d.C.
Scrisse circa duecento opere, divise in due categorie: da una parte le “Vite parallele dei Greci e dei Romani”, dall’altra le cosiddette “Opere morali” (Moralia). Le biografie possono suddividersi in vite singole e vite parallele, in queste ultime a un personaggio greco viene accostato uno romano che mostri delle somiglianze, così da formare una coppia: da qui il titolo “Vite parallele”.
Nelle “vite parallele” Plutarco prende in esame anche la vita di Timoleonte, che associa a quella di Emilio Paolo, un personaggio politico romano che rivestì anche la carica di Console a Roma. Nella trattazione della vita di Timoleonte Plutarco narra anche le vicende della famosa battaglia di Adrano, così come aveva già fatto Diodoro siculo, ma concentrandosi maggiormente sulla figura di Timoleonte ed aggiungendo qualche informazione in più sul ruolo che hanno avuto gli abitanti di Adranon nella vicenda. Il brano qui riportato è stato ripreso da una traduzione (a mio avviso molto valida) a cura di Lucio Flavio Giuliana, facilmente consultabile sulla rete.

“Sfuggito Timoleonte per mare e scioltasi l’assemblea, i Cartaginesi che presidiavano Reggio, mal sopportando di essere stati vinti mediante uno stratagemma, offrirono motivo di divertimento agli abitanti, se proprio loro che erano Punici non avevano gradito un’azione frutto d’inganno. Inviano dunque a Tauromenio un ambasciatore su di una nave, il quale, dopo aver discusso con Andromaco numerose questioni, esaltato in modo odioso e barbarico, qualora egli non avesse fatto uscire al più presto i Corinzi, mostrato infine il palmo della mano e poi di nuovo capovoltolo, minacciò di ridurgli allo stesso modo la città, rovesciandola sottosopra. Andromaco, dopo una risata, non rispose altro, ma ora stendendo il palmo della mano, come aveva fatto quello, ora il dorso, lo esortò a prendere il largo, se non voleva che alla sua nave, capovolta, toccasse la medesima sorte. Iceta nel frattempo, messo al corrente della traversata di Timoleonte e preso dal timore, fece giungere numerose navi dai Cartaginesi. Accadde allora che i Siracusani abbandonarono ogni speranza di salvezza, vedendo che i Cartaginesi s’impossessavano del loro porto, che Iceta occupava la città, che Dionisio era padrone dell’acropoli, e che Timoleonte stava invece come attaccato alla Sicilia per un lembo sottile della piccola città dei Tauromeniti, con deboli speranze ed un esercito ridotto. Egli infatti aveva a disposizione non più di mille soldati ed il vitto a questi necessario. Le città poi non davano fiducia, poiché oppresse dalle sventure ed inferocite verso tutti coloro che conducevano eserciti, e questo era dovuto in massima parte alla slealtà di Callippo e Farace, dei quali il primo Ateniese, l’altro Spartano, sebbene proclamassero di essere giunti per la libertà e per abbattere i tiranni, mostrarono alla Sicilia che le sventure subite sotto le tirannidi erano oro in confronto, e fecero apparire quelli che erano morti nella schiavitù più degni di coloro che avevano visto la libertà.

Aspettandosi dunque che il Corinzio non sarebbe stato migliore di quelli, ma che tornavano ad insidiarli le medesime abili lusinghe, resi docili al cambio del nuovo padrone con speranze generose e benevole promesse, erano sospettosi ed evitavano le proposte dei Corinzi, eccetto gli abitanti di Adrano. Questi, che abitavano una piccola città consacrata ad Adrano, un dio onorato in diverso modo nell’intera Sicilia, erano in lotta gli uni con gli altri, poiché alcuni si schieravano con Iceta e i Cartaginesi, altri invece si volgevano verso Timoleonte. E mentre entrambi s’impegnavano per giungere tempestivamente, per caso avvenne che giunsero nello stesso momento. Tuttavia Iceta arrivò con cinquemila soldati, Timoleonte invece ne contava complessivamente non più di mille e duecento. Dopo averli presi da Tauromenio [estate 344 a.C.], distando Adrano trecentoquaranta stadi, durante la prima giornata non si avvantaggiò molto nella marcia e si fermò a riposare, mentre il secondo giorno, avendo coperto rapidamente il percorso ed avendo attraversato territori impervi, verso sera venne a sapere che Iceta si era appena avvicinato alla piccolissima città e che poneva il campo. I locaghi e i tassiarchi allora fecero fermare i primi, per poterli utilizzare con più prontezza dopo che avessero mangiato in fretta e riposato per qualche tempo, ma Timoleonte, sopraggiunto , chiese di non farlo, di condurre invece l’esercito velocemente e di venire a contatto con i nemici che non erano ancora schierati, come era naturale avendo questi appena terminato la marcia ed essendo impegnati nell’allestimento delle tende e nella cena. E nel mentre diceva queste cose, raccolto lo scudo si mise al comando come verso una vittoria evidente; quelli incoraggiati lo seguirono, essendo distanti dai nemici meno di trenta stadi. Come ebbero percorso anche questa distanza, si gettano sui nemici in disordine e che si davano alla fuga, non appena compresero che quelli si stavano avvicinando. Di conseguenza ne vennero uccisi non più di trecento, e ne vennero catturati vivi il doppio, e fu conquistato anche il campo. Gli abitanti di Adrano dopo aver aperto le porte della città si unirono a Timoleonte, raccontando con paura e meraviglia che, nell’imminenza della battaglia i sacri portoni del tempio si erano aperti da soli, che si era vista la lancia del dio scuotersi dalla sommità della punta ed il suo volto grondare copioso sudore.” (Plutarco, Vite parallele, fine del I sec. d.C.)

 

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