Padre Onorato Colonna cassinese

Adernò redivivo, 1731
Francesco Onorato Colonna, nato nel 1683, fu un monaco benedettino di origine palermitana, che visse buona parte della sua vita monastica nel ricco monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania. Il suo nome viene quasi sempre seguito dall’aggettivo “cassinese”, forse perché egli svolse il suo noviziato nel famoso monastero di Cassino.
Non si hanno molte notizie sulla vita di questo monaco e le poche informazioni che si è riusciti a reperire derivano da fonti non di prima mano e dunque da verificare tramite ricerche più approfondite: si sa che fu di grande erudizione e realizzò tra il secondo e il quarto decennio del ‘700 diversi manoscritti su Catania ed altre città del circondario, come Paternò ed Aci. Scrisse anche un resoconto storico sulla “...incomparabile reliquia del SS. Chiodo che trafisse la destra di Cristo Signor nostro, conservata nel monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania. Tale manoscritto è datato 1750.
Del 1731 è il manoscritto che padre Onorato Colonna dedica alla città e al territorio di Adernò, che contiene diverse descrizioni sul territorio della città e su alcune vestigia della città antica, come il tracciato delle antiche mura; l’autore inoltre mette in evidenza la ricchezza e la fertilità del territorio che si estende nell’alta valle del fiume Simeto. Il manoscritto originale è conservato presso la biblioteca Ursino Recupero di Catania.

“ Situazione della città e compreso del suo territorio. Avendosi bastantemente provato l’origine così antichissima della città e del suo fondatore Adrano, si passa a discorrere del sito di essa come scelto dalla gran saviezza di un tanto autore per averla situata in una gran distesa pianura circoscritta da una altissima rupe che ne abbaglia l’occhio in riguardare la profondita’ e tagliata dalla natura perpendicolare senza altri accessi se nonchè di alcuni angustissimi fatti con il tempo dall’arte degli abitatori, per averne cercato facilitarlo con il discendere nelle parti di abbasso del territorio per farvi i loro trafichi e di una lunghezza di ben 4000 passi geometrici che principiano da una contrada chiamata della naviccia, per la parte di ponente per andare a terminare per la parte di mezzogiorno sotto la terra di biancavilla da dove ne finisce il suo circuito per la parte dell’oriente e dalla parte del grecale e tramontana tutta assiepata dalli primi vomiti di mungibello che gliene fa una incontrastabile triciera a non potervi accedere nessuna milizia di pedoni, nonchè di cavalleria che fu il fine principale del fundatore di avere potuto stare la sua popolazione libera da ogni invasione nemica a disparita’ di quelle altre che ne furono fondate in altissimi e sbalzosi monti per l’istessa cautela di aversi potuto rendere inespugnabili contro qualunque invasore che ne l’avesse voluto cacciare.
Ciò nonostante fu munita di ben grosse muraglie di pietra viva in forma quadrata e connessi in forma testudinata, come l’attestaro li sopra citati autori di preciso l’istesso Plutarco che chiamo’ la città con titolo di urbj che vuol dire città murata e per li fatti si dissero di Timoleonte e di iceta in aversi accampati i loro respettivi eserciti accanto delli muri di essa, non senza una prova più manifesta degli vestigii antichi rovinati che si osservano presentemente con avere avuto cinque porte per quello che se ne considera attualmente dalli simili vestigii e memorie di cinque torri che ne guardavano li cinque accessi presenti per li quali si entra e si esce dalla città. Essendo stata la prima che fu conversa in una delle cappelle della chiesa dei padri osservanti alla quale ne fu attac­cata l’istessa chiesa dell’istessa struttura delle mura suddette, come ne sono le altre quattro se­guitando la seconda alla quale fu appoggiato il primo monastero di monache sotto il titolo di santa lucia con aversene servito quelle madri per campanile e loggia da pigliare aria. La terza anche conversa in chiesa di nostra signora sotto il titolo della scala. La quarta che per essere stata demolita sino al primo damuso restatini fino ad oggi per avere servito quale materiale disfabbricato, per li fundamenti del convento e chiesa pure distanti dei reverenti padri cappuccini e la quinta che si rimira nelli suoi fundamenti in un giardino nella contrada della fogliuta al presente possesso dal canonico don agostino pelleriti. (…) .
Fa corona come ne la fece nelli secoli passati alla città il magnifico castello che serve alli cittadini per ritirata nelli occasioni che ne avessero incontrate, posto in quadro dell’altezza di 500 palmi dal piano sino all’ultimo scoverto colla giusta semetria corrispondente nelle sue facciate e coronato di un mergolato non solamente per il proprio ornamento, ma per avere servito di parapetto alle persone che vi erano dalla parte di dentro (…).
In ordine al territorio puo’ comprendersi nella sua estensione dall’attacco che ne ave con altri sei che lo circoscrivono , come quello di Bronte il di cui abitato che si frammette a questo della città è per lo spazio di 12 miglia. Il secondo che è più vicino dello stato di carcaci , diviso dal fiume Simeto. (…).
La fertilita’ del di cui territorio riuscirebbe per una favola per le doti della natura che li fu così liberale sino a non mancarci cosa che si possa desiderare come fertilissimo d’ogni sorta di biade, come di formenti di qualunque specie, orzi, risi ed ogni sorta di legumi sino all’istesse sciare di Mongibello, che dolcificate dalle arene vomitate dalla sua bocca perchè tutte consistenti di zolfo di sua natura fecondissimo ne sfruttano quella copiosa raccolta così manifesta a tutta li convicini, ammirandone questo portento di natura di germogliarsi le semenze sovra li stesse pietre, nonchè qualsivoglia specie di frutti e di vigna che si allignano mirabilmente per la gran copia dei vini non solamente bastevoli per il consumo dei propri abitanti, ma anche facendone estrazione per la provvisione dei paesi convicini.
Causa di questa ubertà ne è l’abbondanza di tante scaturigine di acque vive , che dopo di dare l’operazione a cinque grossi mulini ai piedi dell’abitato e di un altro in campagna sovra il fiume situato, si pure a due paratori di arbasci e di una serra con la quale si convertono in tavole li grossi pini, che si tagliano nella regione di mungibello, la di cui cascata dalla sua cima per la parte di mezzogiorno sino alla sua radice si comprende nel territorio, sboccando il di loro corso nelli cinque grossi feghi tutti di seminerio e assicurano in tal maniera i raccolti che dicesi per proverbio che quando mai volesse castigare iddio il regno con una continua siccita’ basteriano questi per assicurarne la provvisione non solo delli abitatori, ma di poterla anche diffondere ad altri paesi, oltre di un simile suffragio che se ne conseguisse in altri due feghi anche irrigabili con l’acque tagliate dal suddetto Simeto, pretermettendone la gran quantita’ delle erbe salutari che si trovano in essa regione di Mongibello, come e più avvivate dal padre universale di tutto il creato che è di esse come più attivo nella sua virtu’ in essa parte meridionale non essendo anche scarso il divertimento della cacciagione di caprii e porci salvaggi oltre delle lepri, conigli e volatili d’ogni sorta che vi sono in abbondanza in tutto esso territorio. L’erbaggi poi domestici d’ogni sorta per la recreazione e cibo dell’uomo sono situati nell’istesso piano della situazione della città in giro di essa, che la rendono oltre modo dilettevole, sono così copiosi e di buon sapore che (servono) per alimento anche diffusivo a tutti li paesi convicini che ne sono privi di questa sodisfazione e per non diffonderci di vantaggio per non comprendersi per una affettata millanteria, bastera’ per prova di ciò quello che scrisse il citato matteo silvaggio nella suddetta sua istoria de tribus peregrines e quello che ne scrisse della città. (foglio 160) <<undique vivis et scaturientibus circum-vallata aquis, fontibus, messibus abbuntandissima et vineis, Simeto a parte occidentis cincitur, et ex copia lignorum et tabulae fiunt et cui illudi dici potest, a fructu frumenti, vini et aliorum multiplicati cives in pace requescunt>>.
Il maggior preggio che ne vanta il territorio è la celebrita’ del fiume Simeto detto da alcuni delli citati autori fiume di Adernò per la fundata ragione che se non li costituissero il proprio capo le suddette copiosissime sorgive di acque che vi sboccano dentro non saria annoverato dei fiumi reali di Sicilia, ma di un semplice torrente, perchè dalla primavera in poi per insino al principio dell’autunno, mancandoci le torrenti delle acque piovane e della neve che si dileguano nell’esta’ dalla montagna di tramontana che vi si riversano e lo rendono terribile nell’inverno, viene mantenuto nell’istesso suo essere in questo territorio il quale incontrandosi poi nelli sua termini delli feghi di ragona e cavalera con l’altro fiume volgarmente chiamato salso, ancorchè urtandosi l’uno con l’altro per non lasciarsi soverchiare se ne scorrono poi pacificamente in un solo letto fino a sboccare nel litorale marino della piana di Catania, rendendosi così terribile nella propria grossezza che un erudito poeta canto’ di esso in questi sentimenti << sul verno al mare (un mar) recar si vede, benchè nell’esta’ mancando l’acqua di esso fiume e restando nella propria figura di semplice torrente, ne fa la sua scena di fiume reale l’istesso Simeto>>.
Ciò nonostante in tempo che non si rendono di passaggio a guazzo alla gente per questa non penuriare nelli suoi traffichi si rimedio’ l’arte con un ponte di tutta ammirazione nella sua struttura tutta di pietre intagliate con un solo arco, architettato a terzo punto per averlo avuto a rendere di una maggiore fortezza e stabilita’, stando situato sovra esso Simeto ed attaccato da una parte con questo territorio e dall’altro con lo stato di carcaci e con tutto d’avere successo più di una volta d’essere stato soverchiato dalle gonfie onde di esso ave restato sempre nella sua propria stabilità e nel corso di entrambi con esso fiume salso ni naviga a dispetto loro una scava, la quale a via di lacci na tragitta la gente da una ripa all’altra.
Dell’abbondanza poi del pescato che ne producono entrambe e in ogni suo letto non solamente è abbondantissimo, ma anche delicatissimo e di squisito gusto al palato come battuto dall’acque per la propria rapidezza e nettezza da ogni alga fangosa…”
(padre Onorato Colonna cassinese, Adernò redivivo, 1731)

 

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*