Francesco Nicotra

Dizionario illustrato dei Comuni siciliani, 1907

Il Dizionario illustrato dei Comuni siciliani, di cui sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi nel 1907 a Palermo, sarebbe diventata sicuramente la più approfondita trattazione geografica sulle città siciliane dei primi decenni del ‘900, se la sua pubblicazione non si fosse fermata al secondo volume, e il dizionario delle città fu interrotto alla lettera “C”. Non conosco i motivi per cui l’opera rimase incompleta, ma dall’esame dei due volumi pubblicati si può constatare che nessuna altra opera geografica dello stesso periodo poteva vantare la stessa quantità di informazioni e dati di carattere geografico e statistico, ed in parte anche di carattere storico, sul territorio e sugli abitanti dei Comuni siciliani di quel periodo.
Nel primo volume, alla voce “Adernò”, possiamo leggere un’ampia trattazione sulla città e sul territorio del nostro Comune. Il testo su Adernò, corredato anche da una bibliografia e da alcune illustrazioni, fornisce dati statistici sul nostro territorio, in parte ricavati dal catasto ottocentesco, e altre notizie ed informazioni di carattere geografico e storico.
Tra le varie parti che contiene tale testo, vi sono notizie sulla geologia, idrologia, il sottosuolo, il paesaggio, il clima ed anche informazioni sulla flora e sulla fauna presenti nel territorio.
Piuttosto ampia è anche la parte sulla storia della città, dall’età antica sino all’Ottocento, sicuramente redatta anche sulla base delle informazioni ricavate dalle storie locali. Il testo su Adernò contiene inoltre la descrizione dei vari monumenti e delle rovine archeologiche che ancora era possibile scorgere allo stato ormai di rudere nei dintorni della città; si fa inoltre una breve descrizione anche del “Museo Simezio”, una collezione di materiale archeologico (oggi non più esistente) curata dal prevosto Salvatore Petronio Russo, che certamente il Nicotra ha avuto modo di conoscere personalmente.
Quì di seguito sono state riportate alcune parti del testo su Adernò, relative sia alla descrizione della città moderna, sia su alcune caratteristiche della geografia fisica e biologica del territorio, ed anche alcuni dati statistici sulla suddivisione del territorio in base alla coltura e all’uso del suolo.

La via roma in una illustrazione del “Dizionario illustrato dei Comuni siciliani” del Nicotra.

“(…) Bellissime strade adornano la città e fra esse primeggiano la via Garibaldi e l’ameno viale di S. Lucia, una piacevole passeggiata pubblica, lunga m. 300, ombreggiata da una tripla diritta fila di robinie che forma due tunnel di verzura meravigliosi, e rimpetto la quale sorge il grandioso monastero benedettino. In fondo alla via Garibaldi vi è il cosi detto tondo: un magnifico piazzale dove è il belvedere, dal quale si gode il panorama dei dintorni, delle fertilissime campagne, e dei Comuni che fanno corona ad Adernò.

Nella piazza Umberto I, alquanto spaziosa, han sede il palazzo municipale, la chiesa madre, ed il castello normanno, Salem, dimora del conte Ruggero, da cui fu costruito, ed abitato poscia dalla nipote di lui Adelasia o Adelicia, che dall’avo fu dotata della contea di Adernò.

Geografia fisica e biologica
Area: Dalle notizie desunte dal catasto risulta che il territorio di Adernò è di ett. 11,400, così occupato:

a) aranceti (ettari)
436,80
b) canneti  10,47,78
c) orti   122,24,10
d) vigneti 977,92,80
e) seminerio (sparso di mandorli, ulivi
e fichipali)
3333,04
f) pineti 1022,50
g) querceti e castagneti 800,89
h) pascoli  330,78,22
i) lave e terreni improduttivi per altitudine  4166,49,21
l) area delle acque correnti  10,46,89
m) area occupata da case, strade ferrate e ordinarie   188,38
totale ett.   11400

Area da potersi ancora bonificare a giardini e vigneti (togliendola dalla e-seminerio) ettare 1000. Dagli atti della Giunta per l’inchiesta agraria (vol. XIII) risulta che la superficie territoriale conosciuta è di ett. 11,830 e quella dichiarata dal Comune è di ett. 12,000. Dall’opera del Mortillaro “Sui catasti in Sicilia” risulta di ett. 11,390.

Geologia: Nelle contrade poste lungo il corso del Simeto sono visibili i terreni argillosi e calcarei misti ai vulcanici.

Idrologia: Non esistono bacini d’acqua stagnante. I principali corsi d’acqua nella parlata del Comune si chiamano sorgenti e di queste ve ne sono molte, di cui la maggior parte scaturisce nel centro dell’abitato. Giovano ad animare i mulini per la macinazione dei cereali, e per l’agricoltura. Irrigando giardini di agrumi, orti, canneti ed altro. Rimarchevoli sorgenti sono quelle del Buglio, Giobbe o Giove, Patellaro, Fofliuta, S. Nicolò: celebri poi per l’abbondanza del volume d’acqua quelle dette di S.Domenico, del Serpente e del gentiluomo, che scaturiscono presso il Simeto.
Nella contrada Naviccia, ad un Km e 500 metri al nord dell’abitato, e notabile una sorgente che scaturisce sull’alto piano di una roccia lavica: è un’acqua leggerissima, molto utile; si chiama volgarmente acqua ramosa. Tutte le mattine, non essendo battuta, osservasi nel fonte a fior d’acqua una lucidezza di vari colori.
(…) Di tanto in tanto nelle grandi alluvioni il Simeto s’ingrossa talmente da arrecare gravi danni ai giardini e alle terre limitrofe. Verso il 1870 una grossa piena trascinò il ponte sul fiume, detto ponte Maccarrone, ed in un’epoca più remota fece crollare il ponte detto di Biscari.
A tre chilometri e mezzo, nell’ex feudo Policello e all’occaso di Adernò, si rinvengono le Fonti dei Palici ossia Fonti Delli, che, giusta l’autorità dell’antico Esichio, erano figlie del dio Adrano. Queste celebri fonti sono là dove dall’altezza di 14 metri si rovesciano le acque del Simeto già bipartite; ivi sotto la roccia, in ambedue le fonti, scaturiscono copiose e freschissime acque, quella a destra è nominata chiara, perché ha le acque limpide, quella a sinistra nera, perché sembra averle torbide.(…)

Sottosuolo: Meravigliose sono le grotte alle falde dell’Etna presso il monte Intraleo. All’imboccatura di esse esistono delle spaziose mandre, dove i pastori la sera chiudono il gregge. Le grotte son due, una sull’altra, che vanno in fondo per la lunghezza di circa mezzo chilometro, alte e larghe circa tre metri. Esse sono un portentoso scherzo dell’Etna nelle sue eruzioni. Ivi le acque piovane gocciolano sempre, e nei mesi d’inverno formano delle stalattiti di gelo, sorprendenti a verdersi, di cui qualcuna dura sino a giugno. (…).

Flora: (…) Il disboscamento non è stato praticato su larga scala nel secolo XIX, e perciò esistono, boschi di pini, querce e castagne.
La flora di Adernò non attira l’attenzione del botanico per ispecialità esclusivamente da essa possedute. Ma la situazione sua la fa riuscire interessante, poiché i boschi doviziosi che la caratterizzano, e la ricca copia delle piante che salgono verso le ultime diramazioni del bacino del Simeto, fanno risultare una mescolanza di elementi floristici diversissimi, che il botanico è in dovere di considerare nel loro insieme. Così è che tante piante idrofile, ossia amanti dell’umidità, (…) si trovano ravvicinati ad essenze forestali, fra cui il faggio, fra cui una volta forse anche il tiglio, se dobbiamo aver fede a quanto ne dice Scuderi.
Particolare attenzione merita il Celtis Etnensis, detto volgarmente Minicuccu fimminedda, che era già stato riconosciuto come pianta nuova, che il Tornabene ha riguardato come semplice varietà del C. Tournefortii, ma che lo Strobl dal paragone fatto con quest’ultima specie, coltivata nell’orto botanico di Vienna, dichiara specie affatto distinta. (…)

Ponte Biscari: Per rendere irrigabile il suo feudo Ragona, il principe Biscari raccolte le acque delle sorgenti di Pulichello, nel 1761-66 fece costruire questo magnifico ponte composto da 31 archi, che conduceva le acque dalla rupe in contrada Carrubba, traversando il Simeto. Caduto per impetuoso vento, e forse anche per tremuoto, il 15 febbraio 1781, fu riedificato nel 1786-91 dall’architetto catanese Salvatore Arancio, su disegno dell’ingegnere francese M. Fontaine. In questo edificio sono notabili le leggi d’idraulica, per cui le acque racchiuse strettamente in otturati canali di forte pietra lavica, si abbassano dalla rupe della prima sponda, corrono per linea retta la valle, ove passa il fiume, e quindi salgono l’altra collina del feudo Ragona. La molteplicità e la robustezza degli archi (che ascendono a 17), la grandezza dell’arco maggiore (sotto cui passano tutte le acque del fiume, sia in magra che in piena) la divisione del secondo ponte tragittabile, attaccato allo stesso arco maggiore, e le fortificazioni lungo le due sponde del fiume, che difendono l’edificio dall’impeto delle maggiori correnti, rendono sorpreso l’occhio del riguardante (…).” (Francesco Nicotra, “Dizionario illustrato dei Comuni siciliani“, Palermo, 1907.)

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