Gastone Vuillier

La Sicilia, 1895

Gaston Charles Vuillier nacque nel 1846 a Perpignan, fiorente cittadina dei Pirenei orientali. Fu un illustratore, scrittore e viaggiatore francese. Particolarmente dotato nel disegno, si occupò di illustrare alcune opere di particolare valore a carattere prevalentemente geografico, edite in Francia nella seconda metà dell’Ottocento. Tra i diversi viaggi compiuti dall’autore, si ricordano quello effettuato in Corsica e in Sardegna e il viaggio in Sicilia nel 1893. Dal diario con i numerosi disegni effettuati durante l’itinerario della visita, sarà pubblicato il volume “Impression du présent e du passé” nel 1896″, cui seguirà nel 1897 l’edizione italiana dal titolo “La Sicilia – impressioni del presente e del passato”, a cura dei fratelli Treves di Milano. Di questa edizione è oggi possibile trovare numerose ristampe.
Durante il suo soggiorno in Sicilia, Gastone Vuillier visita anche la città e il territorio di Adernò, realizzando anche i disegni del ponte dei saraceni, delle cascate del Simeto e il ritratto di un giovane (Domenico), presumibilmente adornese, che lo guidò durante le sue escursioni lungo il Simeto. Per quanto è dato sapere, è stato l’unico viaggiatore straniero dell’Ottocento che ha illustrato con un disegno il ponte dei saraceni.

Una illustrazione del volume di Vuillier con il ritratto della sua guida di nome Domenico, su disegno dello stesso autore

“Adernò fu l’antica Hadranon fondata da Dionisio di Siracusa, dove, secondo Eliano, mille cani facevano la guardia a un tempio celebre.
L’albergo è misero, ma i proprietari sono buonissime persone e ci accolgono meglio che possono. Poco dopo l’arrivo viene in camera mia l’oste, con lo scopo di persuadermi a non proseguire per Bronte, perché la strada è infestata dai briganti; capita anche l’ostessa e appoggia il consiglio datomi dal suo consorte. “Vostra eccellenza, mi dice, non ha nulla da temere dalla gente del paese, ma i briganti delle Madonie e dei Nebrodi scorazzano presentemente le pendici dell’Etna. Potreste andar sicuro se partiste col vostro legno la mattina alle sei seguendo la diligenza scortata dai carabinieri.” Eccomi poco tranquillo davvero! Stamattina ho incontrato per la strada, dopo la pioggia, un cavaliere accompagnato da una scorta armata ed anche tutti quelli che passavano sul ciuco o sul mulo avevano uno schioppo attraverso la sella; ciò non contribuisce a rassicurarmi.
Stasera sono andato a caso per la strada maestra di Adernò e mi sono trovato in una specie di belvedere. La terra è calma, il cielo sereno, la luna splendida, e l’Etna, sgombro di nubi, innalza nella pallida notte il suo gran profilo con la cima d’un vago biancore nivale. Sotto di me sta una profondità infinita; i dorsi dei monti si succedono misteriosi, incerti, ed una luce argentea serpeggia capricciosamente in basso, non capisco dove. Riflettendoci, m’accorgo che è la valle del Simeto, e di la, in lontananza, s’ergono, come vapori nebulosi e pallidi, disegnandosi sul cielo notturno, i monti di Centuripe. Tutto ciò è calmo, grandioso e quieto; l’aria è tiepida e imbalsamata dal profumo degli aranci. Il rumore della città mi giunge all’orecchio come un soffio, lo indovino appena. Solo un dolcissimo e melodico mormorio traversa il silenzio di quella notte lunare; è il sussurrar sommesso d’un ruscello che scorre vicino, sotto il belvedere, credo, in quell’oscuro dotro dove si smarrisce il mio sguardo…
…La notte è passata; la scialba luce del mattino penetra nella mia cameretta. Odo i belati delle capre, il tintinnio de’ campanelli e la voce dei pastori. Questo risveglio pastorale mi rapisce. Quante volte ho provato tale bucolica poesia quando mi destavo sul far del giorno! Era all’alba della mia vita, in un villaggio remoto presso un’abetaja, molto ma molto lungi dai fianchi dell’Etna. Me ne ricordo con gioia. Ero anche allora svegliato da questi armoniosi rumori mattutini! Ed ora, come al destarsi svaniscono i sogni, le poetiche melodie svaniscono pure col sorger del sole. La canzone dei pastori, il suono del flauto, i belati, ai quali rispondono più deboli belati, s’allontanano adagio adagio. Non so se li oda ancora o se il mio pensiero soltanto ne abbia conservato vagamente l’eco…
Questa poesia pastorale ha sempre evocato dinanzi a me la visione dei grandi pascoli dalle erbe tremolanti, dei muschi inerti nelle profondità misteriose dei boschi, e sempre nei celesti orizzonti del mio sogno hanno ondeggiato vaghe nebbie dorate…
“…Domenico, voi mi aspetterete qui. Il nostro oste Catanuto m’ha procurato una mula e una guida sicura. Voglio andare lungo il Simeto, tornerò stasera. Ecco appunto la guida che conduce la mula per la briglia. Domenico alza le braccia al cielo…
Come son belli i sentieri per i quali scendiamo traversando uliveti e boschi d’aranci! Che buffi odorosi ne esalano! I sentieri sono tortuosi e spesso difficili; ma quanto ne è piacevole il rezzo! Ad ogni nuovo punto di vista si apre dinanzi a noi lo spazio luminoso, e la pianura in lontananza si stende raggiante sotto il nuovo sole. In questo versante di cui seguiamo le sinuosità, ci troviamo ancora in mezzo ad un’ombra trasparente e leggera. Qualche raggio tremola sulla vetta degli alberi, o lambisce le grandi masse tigrate da licheni arancioni. Dei ruscelli scorrono lungo il cammino e fanno un tal rumore che qualche volta c’impedisce d’intenderci. Quando l’acqua scorre sur un pendio più regolare, il rumore diminuisce e si ode il canto degli uccelli che riempie il bosco. La guida, pensierosa e a capo basso, cammina tenendo la mia mula per la briglia. È un bel pezzo di giovanotto, bello in viso e coi capelli crespi; mi sembra risoluto e dolce a un tempo. Siamo a tutto sole, i boschetti odorosi sono scomparsi; ora non c’è altro che lava la quale stende le sue oscure correnti sino in fondo alla valle del Simeto. E di là da questi campi desolati, sulla costa opposta, Centuripe riluce come un faro. Le lave scese dall’etna, quelle antiche di due secoli, hanno ingombrato tutto il fondo della valle. È un mucchio fantastico di masse nere, di guglie e di cenere. Si crederebbe un cataclisma recente. Qua e là, si vede qualche campo incassato fra due muri di lava. Proseguiamo per questa terra scomposta salendo e scendendo, seguendo l’orribile sentiero. Abbiamo dinnanzi un ponte il quale sta a cavalcioni sul caos; è il ponte dei Saracini. Il suo arco principale, veramente ardito, si eleva a grande altezza, dominando il burrone tortuoso ove il Simeto ha scavato il suo letto profondo. L’acqua ne è verdastra e spumante, increspata appena da qualche lieve tremito d’acciaio; essa scorre come una cosa viva nei crepacci di quella terra morta. Poiché intorno a noi non vi sono né alberi, né fiori, solo dei fili d’erba secca si muovono al sole. Il Simeto passa, con movimenti di rettile, come un flutto maledetto, sotto quelle tragiche rocce!…
Più giù, dopo mezz’ora di cammino sugli sconscendimenti della lava, ci colpisce l’orecchio il rumore d’una cascata. Ripariamo la mula in una masseria isolata, dove la mia guida è conosciuta e scendiamo per burroni pieni di oleandri, color rosa, di ginestre d’oro e di euforbie. Abbiamo davanti il Salto del Pecoraio o Salto Pulicedu. La massa enorme di lava che ostruisce da due secoli la valle è tagliata improvvisamente a picco e il Simeto vi si precipita in cascatelle. Il sole è velato e solo lo scialbo riflesso delle nuvole illumina questo paesaggio infernale, mostruoso dirupamento di lave, dominato dalla montagna immane, l’Etna gigantesco. Il caldo è soffocante; riprendiamo la via d’Adernò salendo un’erta ripidissima e all’ora del crepuscolo siamo in città. Domenico credeva d’avermi perduto e quando mi vide si contentò di cacciare un gran respiro alzando le braccia al cielo come aveva fatto alla mia partenza.”
(Gastone Vuillier, La Sicilia, 1897)

 

 

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