Giovanni Paternò Castello

Luoghi romiti: Adernò –  1900
Giovanni Paternò castello, figlio primogenito di Enrico e Carmela Spitaleri di Catania, nasce nel 1871. La famiglia paterna appartiene ad uno dei rami della famiglia Paternò, di cui il più illustre rappresentante nel ‘700 fu il famoso Ignazio Paternò, principe di Biscari.
Appassionato cultore dei beni artistici e paesaggistici della Sicilia, ed in particolare del territorio catanese ed etneo, collaborò nei primi anni del ‘900 ad alcune importanti riviste a diffusione nazionale, tra cui la famosa “Emporium”, fondata nel 1894 ed affermatasi sin dai primi anni come una delle più pregevoli riviste illustrate edite in Italia nei primi del Novecento, divenendo uno dei principali punti di riferimento in ambito artistico nazionale ed europeo.
Come collaboratore della rivista Emporium, Giovanni Paternò Castello scrisse alcuni articoli dedicati alla Sicilia, di cui ricordiamo “Luoghi romiti: Adernò” del 1900, “La raccolta delle Arancie” del 1906 e “Vendemmia in Sicilia”, del 1908. I testi di questi articoli sono stati corredati da belle illustrazioni fotografiche il cui autore fu proprio il fratello, Alberto Felice Paternò Castello, nato nel 1874, che fu fotografo corrispondente della citata rivista ed anche della rivista “L’illustrazione italiana”, altra importante rivista illustrata a tiratura nazionale.
Nel 1907 viene anche pubblicato nel volume 34 della collana “Italia artistica” il suo racconto di viaggio dal titolo “Nicosia, Sperlinga, Cerami, Troina, Adernò”, in cui l’autore racconta delle sue impressioni da turista colto avute lungo l’itinerario riportato nello stesso titolo. Anche in questo caso le illustrazioni allegate sono del fratello Alberto, alcune delle quali già apparse nell’articolo del 1900 su Emporium. I volumi della serie “Italia artistica” furono stampati per conto del prestigioso Istituto italiano di Arti grafiche di Bergamo, lo stesso che curò la stampa della rivista Emporium. Potrete legerre quì di seguito la versione integrale del testo relativo all’articolo “Luoghi romiti: Adernò” del 1900 con alcune delle illustrazioni fotografiche che corredavano il testo originale.

“Adernò, una tra le più vetuste città della Sicilia orientale, giace verso l’Ovest, sotto le falde del monte Etna. Esso è certamente il prisco Adranum. Gli avanzi della primitiva città si vedono ancora nel piano che sovrasta la Rocca della difesa, avanzi di mura e di templi che per la loro bellezza han sempre meravigliato gli archeologi. Ma chi furono i primi abitatori e chi fondò Adernò? Quasi tutti pretendono che il fondatore ne sia stato Dionisio il Vecchio, l’anno 400 a. C., poiché Diodoro Siculo riferisce quanto segue: Dionysius in Sicilia oppidum sub ipsum Aetnam montem constituit, quod ab insigni quodam <fano, Adranum vocavit. L’opinione però di Diodoro è quasi ormai sfatata. Adranum ha un’origine molto più antica, poiché se si pon mente come Adranum, dopo appena 60 anni di esistenza, offrisse a Timoleonte un esercito formidabile per allontanare dalle sue mura Iceta e liberare nolte città dell’isola dall’oppressione dei tiranni, si vede chiaramente che la sua esistenza, per fare un simie sforzo, dovea rimontare a qualche secolo più avanti. l’origine quindi dobbiamo ricercarla in un’età più remota, in un’età che non ha scrittura e che si perde nella notte dei tempi. Così in mezzo a tanti racconti si è voluto pretendere che Adernò riconoscesse la sua fondazione da Etneo, foglio di Cam, che la denominò Etneosia, in memoria del di lui nome e di sua moglie Osia. Vi son altri che riferiscono la fondazione a Briareo, altri finalmente che lo stesso Adrano, indi venerato per Nume, ne sia stato il vero autore. Fu solamente nei bassi tempi del Medioevo che venne denominata Adernio e poi coll’invasione dei francesi Adranò e Adernò. l’epoca preistorica della sua fondazione ci richiama la mente ai Giganti e ai Ciclopi, così comunemente chiamati i prischi abitatori della Sicilia; a loro è riferibile l’origine di Adernò; il luogo, gli avanzi dei primi edifizi, il culto superstizioso dei primi abitatori ci rafforzano in questa opinione. Certamente il sito ubertoso, irrigato d’acque perenni, era preferibile a quelli prescelti da Ipercomene, da Sterope e da Bronte. Caratteristica delle opere ciclopiche è l’arte di fabbricare a grosse pietre senza cemento e noi ne abbiamo uno splendido esempio nelle antiche mura di Adranum.
È fuor di dubbio che le mura di Adranum rimandano all’epoca degli aborigeni, ossia Pelasgi, volgarmente detti Ciclopi. La larghezza d’esse mura è di metri 3.60, formate di massi di pietra lava tagliati in rettangoli o in poliedri; non han cemento di sorta. Appalesano la greca costruzione detta <<isodoma>> e sono rispondenti alla descrizione che ne fa Omero nell’Odissea. Queste mura, benchè in parte disfatte, si osservano per l’estensione di 260 metri fin dove si fa congettura esservi stato il tempio di Giove. Né le basature del Pantheon e del Colosseo e della Mole Adriana, né i ruderi dei più vetusti templi di Segesta e di Selinunte presentano uno spettacoo così imponente.

TEMPIO DI ADRANO

Eliano, sotto l’autorità di Ninfodoro, fa rimontare la fondazione del tempio all’epoca degli indigeni, che a voce unanime degli eruditi erano i Sicani figli dei Ciclopi. Adranum est civitas et in eo deo inidigene templum, quod valde magnificum est.
I popoli adoravano Adranum ed i figli di costui gli dei Palici. Pochi avanzi ci rimangono di esso tempio; i suoi portici, la tribuna del Simulacro, tutto quel che serviva al sacerdozio ed ai sacrifizii è pressochè scomparso. Per quanto riguarda la statua di Adranum si crede che fosse stata rinvenuta in parte da certo maestro Carmelo caruso, che per amor di trovare un tesoro nascosto fece un profondo scavo nelle vicinanze del tempio, ma nulla trovando di ricchezze altro che questo pezzo di marmo, preso da sùbita rabbia, lo distrusse a colpi di badile. l’eroe Adrano si vuole coperto di lorica e d’elmo, con lancia e scudo, così lo abbiamo raffigurato nelle monete, che numerose si conservano.
Senza andare con la mente al favoloso, noi, riguardo all’origine di quest’essere, cos’ caro agli antichi, ci appoggeremo all’opinione di Bochart, che lo pone fra i 40 idoli del Campidoglio, dopo essere stato principe di Adranum e sommo nelle arti. L’impostura dei sacerdoti adottava mille artifizii per esaltare il nume. Prima dell’attacco di Timoleonte contro Iceta, il simulacro del Dio attrasse dall’atmosfera forte umidità a cagion della nebbia; ma i sacerdoti invece di attribuir ciò ad un fatto naturale, dissero che il nume per la segnalata vittoria avea buttato copioso sudore. A detta dìEliano, mille cani molossi venivano nutriti per custodire le opime offerte all’idolo. La falsa credenza li reputava dotati di spirito soprannaturale, perché inveivano contro i ladri e accarezzavano i buoni. Ancor oggi nel vivo dei massi la tradizione popolare addita gli anelli dove attaccavansi i detti cani.

BAGNI

Si veggono ancora, benchè sparutissime, le rovine degli antichi bagni, opera romana. Le vestigia che ancor ci rimangono vanno di giorno in giorno scomparendo, per l’incuria della autorità e per l’ignoranza degli agricoltori. Su le colonne e su le imbasature vi si è fatta crescere l’edera, i cactus apuntia e il rovere compiono l’opera di distruzione.

SEPOLCRETI

Vari e di diversa natura erano i sepolcreti dell’antica Adranum. Poche però le vestigia che ci rimangono. Due lapidi furono rinvenute non di recente con le seguenti inscrizioni:

Nient’altro che possa interessare l’amatore dell’antico, tranne un infinito numero di ossa. In mezzo a tanta distruzione, una cosa sola resta da osservare, ed è il sepolcro che si trova nella Chiusa del Damuso. Si vede lì un edifizio formato di grosse pietre riquadrate, esso è lungo m. 4.12 e largo m. 3.56. La porta guarda verso l’oriente, formata di soli 4 pezzi, alta m. 1.57 e larga m. 0.90. Esistevano nei quattro angoli, quattro sarcofagi di pietra lava; ora non v’è più nulla, tranne sparute vestigia di lontana ricordanza. Certo dei contadini cercatori di tesori, avendo scoperchiato quei sarcofagi e nulla avendo trovato di prezioso, per livore o per ignoranza distrussero a colpi di zappa quel che ancor ci rimaneva dell’antica grandezza di Adranum.

ANTICHITÀ CHE SI SON RINVENUTE

Ricercando da studiosi negli avanzi che ci restano del primitivo Adranum e dell’antica città Simezia, edificata dai servi che eransi ribellati ai padroni, durante il periodo della guerra servile, si trovano tuttora oggetti, come vasi, bronzi, monete, epigrafi, che ci portano col pensiero a quei tempi così lontani e pur tanto gloriosi di Adernò. Verso il 1844 il notaro Giuseppe Galizia, studioso di archeologia, facendo degli scavi per proprio conto, rinvenne delle monete, moltissimi vasi etruschi, anfore, lucerne e lacrimiere di terra cotta, di foggie svariatissime. Taluni vasi erano pregevolissimi, poiché aveano istoriate danze o sacrifizi di mirabile fattura. Molta parte di questa collezione fu acquistata dagli stranieri. Adernò ebbe una zecca, e di monete ve n’è moltissime d’argento e di rame, nessuna d’oro. Alcune han da un lato l’aquila che dilania una lepre con l’iscrizione ΛΔΡΛΝΙΩΝ e dall’altro il granchio con la mascella del pesce spada. Altre han da un lato la testa d’Apollo coronata d’alloro e dall’altro la lira con l’iscrizione ΛΔΡΛΝΙΤΛΝ. Finalmente certe altre hanno da un verso la testa di Adrano con elmo e spada con il motto ΛΔΡΛΝΩΙ e dall’altro il cane molosso. Si contano altre dodici varietà di esse monete. Epigrafi ed iscrizioni ne abbiamo a dovizia nell’antica Adranum; nessuna quasi, nella città Simezia, ad essa vicina. Il prevosto, Sacerdote Petronio Russo, per iniziativa privata, amante com’egli è delle glorie della sua città natia, ha raccolto in bellissima collezione circa 400 monete, una magnifica testa di marmo di greca fattura, avente intrecciata fra i capelli una ghirlanda di fiori, d’uva e d’altri frutti e che si vuole appartenesse ad una statua di baccante, ed un centinaio di vasi e lacrimiere degni dello studio degli archeologi.
Taluni di essi, per la forma strana, per le svariate foggiedei manichi e dei coperchi, per la materia finissima nella quale furono elaborati, meriterebbero sicuramente un’apposita illustrazione.

DOMINAZIONE SARACENA E NORMANNA

Della dominazione saracena che precedette quella gloriosa dei normanni, il più grande avanzo che conservi Adernò è appunto il ponte dei Saraceni sul Simeto. Ivi la larghezza del fiume è appena di due metri, il suo letto però è assai profondo. Questo tratto chiamasi <<passo del pecoraio>>, perché si vuole che un bifolco, inseguito dai nemici, passò dall’una all’altra sponda con un salto. Così la tradizione o la leggenda. Il grand’arco è gotico, d’una sveltezza davvero meravigliosa; gotico pure è il piccolo arco che gli sta a lato; il terzo è di stile romano degli ultimi tempi. Godi nell’ammirar l’edifizio tutta la poesia di questo popolo orientale, che primo introdusse il gelso ed il cotone, che elevò caratteristici monumenti, che rese più feconde le arti e le industrie, che conservò infine il lume del sapere per riaccenderlo poi in tutta la penisola. Nessuna inscrizione s’è mai rinvenuta che c’indichi il tempo della sua costruzione.
Senza dubbio l’edifizio più insigne della dominazione normanna su adernò, che sostituì quella dei Saraceni verso la metà dell’undicesimo secolo, è il famoso Castello, detto Salem, fatto costruire dal Principe Ruggero come baluardo alle frontiere dei suoi domini, finché egli edificò Paternò ed ivi eresse un’altra simile torre, che con quella di Motta e col Castello Ursino di catania servirono ad agevolare il Principe nella conquista della città.
Questo enorme quadrilatero aveva, Secondo L’abate Amico, 300 cubiti d’altezza; misurato di recente dal prevosto Russo, diede dalla base ai Merli m 33,70. Lo spessore dei muri, come in tutte le costruzioni normanne, è invero stupefacente, esso misura m 2.40. L’ordine è gotico; gli stipiti delle finestre, i davanzali, gli archi, i frontoni e le cornici son di pietra pomice etnea.
La Scala ne era maestosa; vi doveva esser ponte levatoio che guardava al Nord. All’entrata del Castello vi sono due leoni in pietra lava che sostengono fra le zampe lo stemma della contea di Adernò; capo d’opera di quegli antichi artefici. V’è pure un mezzo busto di marmo corroso dal tempo, che la tradizione vuole rappresentasse il Conte Ruggero che prima abitò questo luogo e poi, come dice il Sangiorgio, lo scelse per sua ordinaria residenza la Contessa Adelasia o Adelicia, nipote di lui. Il Conte Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, col pretesto di redimere i cristiani dall’oppressione musulmana, passo in Sicilia nel 1061, già carico d’allori raccolti nella penisola, e con 136 prodi sconfisse nella giornata di Cerami 30000 nemici. Il miracoloso e il soprannaturale fanno sempre parte delle imprese normanne. Così indetta giornata si vuole che S.giorgio, Su d’un cavallo bianco e con la spada fiammeggiante, guidaasse quei guerrieri alla vittoria. Così anche alla presa di Palermo, dice la leggenda che il conte Ruggero vide la Madonna che gli additava la porta sulla quale bisognava dare la scalata. Nel silenzio d’una notte stellata, è bello compenetrarsi, stando in questa torre, nella vita normanna. Ti sembra che da ogn’antro, da ogni porta, s’avanzino cavalieri, coperti d’acciaio; odi gli squilli di raccolta per qualche assalto vicino e ti par che le trombe, le catapulte e gli arieti già si mettano in azione. Vedi la dolce Adelasia Mansuefar con la religione quei ruvidi cuori, ed un esercito poi inginocchiarsi e ringraziare il Dio delle vittorie dopo una mischia fortunata. Tali erano quegli uomini, mistici ed insieme rudi, tenaci e gagliardi sì da atterrare con un pugno un cavallo (come ci narran le cronache) simile ad un toro quando vien colpito dal maglio. Fino al 1850 alla sommità del Castello s’ergevano 4 torrette rotonde, che furono in seguito demolite, perché essendo stato il Castello trasformato in prigione, parve troppo barbaro l’uso di farvi discendere ivi, come in un pozzo, i detenuti. Molto il tempo e la mano dell’uomo hanno disfatto di questo bellissimo avanzo medioevale; il quarto nobile al piano superiore è oramai scomparso; non esiste che la cappella di stile gotico-normanno, con colonne ed arabeschi e con la caratteristica dell’epoca, la pietra pomice etnea adornata di stucco. Nella cappella vi erano freschi di fattura bellissima; un San Francesco con le stimmate è tutto sfregiato. Quel della porta d’ingresso raffigurante il Padre Eterno, pittura del secolo XII e che attirava sempre l’occhio intelligente del forestiero come un capolavoro di classico pennello, a cagione delle continue intemperie, essendo all’aperto, è quasi reso irriconoscibile.


Altri splendidi frammenti ci ricordano in Adernò l’epoca medioevale. Due porte si osservano nel muro di mezzogiorno dell’antichissima chiesa di Maria Santissima degli Agonizzanti; tre iconi S’ammirano anc’oggi sul muro d’un magazzino in piazza dell’Erba; altri ed altri ancora se ne osserva, tutti in quella meravigliosa architettura gotico normanna, così cara oggidì ai veri amatori dell’arte più pura.

RISORGIMENTO

Cominciando l’evo moderno, Adernò si arricchì di importantissime opere. Le chiese specialmente destinate al culto furono ingrandite, migliorate ed arricchite con l’arte di insigni maestri.
La chiesa madre si può dire opera dell’epoca del risorgimento, perché appunto in questo periodo divenne più sontuosa, sebbene le sue colonne provengano dal demolito tempio di Adrano e la sua fondazione rimonti all’epoca dei Normanni; sorge difatti, prerogativa del tempo, vicino al Castello. Entrando in questa chiesa, lo sguardo è attratto da dodici magnifiche colonne di pietra basaltica di stupendo lavoro, di grossa mole e prescelte di egual masso. Né ciò è tutto; sul limitare della porta principale sono degne d’attenzione altre quattro superbe colonne, uniche in Sicilia pei lavori d’intaglio in lava e per esser di un unico pezzo.
D’ignoto ma valente scalpello è la statua dell’Immacolata. La Fonte del Battistero rimonta al secolo XIV e porta l’iscrizione del donatore D. ANTONIUS GIANCIES. V. F. V’erano inoltre splendidi paramenti sacri lavorati in oro e seta, ora in parte restaurati per opera del Prevosto Petronio Russo. Molte e molte cose son degne in questa cattedrale di particolare attenzione, come la cupola rivestita dei classici mattoni di Valenza, il coro e il pergamo, bellissimo intaglio in legno del 1700, e l’aula capitolare per alcuni freschi simbolici, per gli stucchi e per la positura incantevole dominante un vasto orizzonte. Merita anche speciale discorso la chiesa di Sant’Antonio Abate, perché possiede tesori di scoltura e pittura. L’altare maggiore è sormontato da un grandissimo polittico largo m 4.06, alto m 6.12. Questo bellissimo intaglio in legno dorato rimonta al secolo quattordicesimo. Esso contiene sette specchi di pittura, raffiguranti la Sacra Famiglia, S.Antonio, S.Giovanni, S.Pietro e S.Paolo. La finezza del pennello ne è meravigliosa. Peccato che la positura difficile e la scarsa luce non resero le immagini così perfette e nitide come avremmo desiderato. Altra chiesa interessante è quella di San Pietro Apostolo, per la porta dorata del sacello delle statue, che lo storico Sangiorgio attribuisce a Claudio Engitano sullo scorcio del 1500 e l’altra di S.Maria ad Nives o della catena, per una statua della Madonna, bellissima opera del Gagini del secolo XVI, ed altre ed altre ancora, che ricche di lavori d’insigni maestri, sono tutte degne dell’ammirazione dello studioso.

MONASTERO DI SANTA LUCIA

Ma quel che ha attirato e attirerà sempre lo sguardo di chi primo metta piede in Adernò per la sua regale magnificenza, è il monastero di S.Lucia. Adelasia, nipote del conte Ruggero, con diploma firmato da lei e dai suoi figli Adamo e Matilde in Adernò il 12 marzo, 7 ind. 1158, institui e dotò riccamente il monastero, intitolandolo dal nome di S.Lucia, sotto la regola del Patriarca S. Benedetto, con l’obbligo di mantenervisi 12 povere donzelle vergini, aumentabili a misura dell’accrescersi delle rendite e con l’ingiunzione di pregare continuamente per lei, per l’anima del Conte Ruggero, di Rinaldo Avenell, di lei defunto marito, e per la conservazione del Regno e del Re Guglielmo. Adelasia, nella sua munificenza, donò al monastero immensi possedimenti, confermati poi dal Re Alfonso e da altri sovrani. Il primitivo sito però del monastero non è quello che si vede oggidì; fu solamente nel 1451 ed in prossimità del Castello, che si cominciò a edificare quell’immensa mole, degna di profonda ammirazione e che costò 125 anni di assiduo lavoro! È adesso il più grande monumento della provincia di Catania. La Chiesa che ne fa parte racchiude dei veri tesori; specialmente la sontuosissìma gran cortina in ricamo d’oro e argento su seta credesi abbia poche eguali al mondo. La noncuranza dello Stato lascia negletto ogni acconcio necessario e sì che si tratta di un monumento che dalle fondamenta all’ultima decorazione costò lo stento di 324 anni!

Molti monasteri e conventi si contano ancora oggi in Adernò; degni di special menzione sono quelli di S.Chiara, dei Minori Osservanti di S.Francesco, di S.Agostino e dei PP. Cappuccini, che benchè ordinati sulle antiche regole dei Cenobiti, cambiarono i loro statuti secondo le necessità dei tempi, non tralasciando però mai di conservare e di tramandare per secoli e secoli l’antica sapienza che in mezzo alla rovina e alla barbarie medievale essi tenevano in serbo e fecondavano eternamente, come le Vestali il sacro fuoco misterioso.
Ma ormai ci avviciniamo alla fine del nostro studio; prima però di chiudere queste poche righe vogliamo dire qualche cosa sull’incantevole campagna che circonda Adernò.
Se v’è luogo in Sicilia dove maggiormente fiorisce l’arancio, dove il verde delle piante si conserva perenne, dove l’Etna nevosa si mostra più superba e il panorama più vario ed infinito, è appunto questo. Il Simeto, il classico fiume delle leggende, scorre ed irriga per ogni verso la sottostante pianura. Questa striscia d’argento or la vedi apparire placida e tranquilla tra le due sponde regolari, or sparire tra le piante, or fra le roccie profonde formar deliziose cascate.


Poco dopo la metà del secolo scorso il Principe Paternò Castello di Biscari voler riunire le acque della sorgente Pulicello per irrigare i suoi feudi di Ragona e costrusse un magnifico acquedotto giusta il disegno dell’architetto Fontaine. La robustezza degli archi e la grandezza dell’arco maggiore, nonchè le arginature delle sponde del fiume, rendono sorpreso l’occhio del viandante. Noi vorremmo che questo classico paese, tanto interessante e pur tanto sconosciuto, fosse, mercé l’opera nostra, più noto agli studiosi delle patrie antichità; esso è meritevole sotto ogni riguardo dell’indagine la più scrupolosa da parte degli archeologi, come della sorveglianza e della cura la più attiva da parte dello Stato, conservatore sovrano di tutto quanto s’attiene alla gloria della patria nostra.”
(“Luighi romiti: Aderno“, Emporium, n. 69, 1900)

 

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